Donald Trump è pronto a sacrificare Taiwan in cambio di accordi commerciali e un aiutino con l'Iran? Speriamo di no, ma Xi Jinping, il nuovo Mao, vuole scardinare l'appoggio americano all'isola considerata ribelle. I microchip, i dazi, le terre rare, gli investimenti sono i veri temi sul piatto della bilancia del supervertice, in cambio di Taiwan. Per assurdo ai cinesi fa comodo che il gigante americano sia impantanato in Medioriente, dove ha spostato uomini, missili e navi dal teatro asiatico.
Trump smentisce di aver bisogno di una mano da Pechino, ma con il segretario del Pentagono al seguito affronterà l'aiutino cinese sottobanco agli iraniani per rimettere in piedi l'arsenale missilistico, grazie ai treni della Via della Seta, che viaggiano a pieno ritmo da Pechino a Teheran. Al massimo si arriverà a una dichiarazione comune, di principio, su Hormuz libero da pedaggi.
Per Xi la priorità è Taiwan che nel 2027 potrebbe diventare l'ennesimo tassello della terza guerra mondiale a pezzi, iniziata con l'invasione dell'Ucraina. Il prossimo anno Pechino celebrerà il 100° anniversario dell'Esercito popolare e coincide con la fine del terzo mandato di Xi, che vuole realizzare la "riunificazione" con l'isola libera per restare nella storia cinese come Mao.
Taiwan è un boccone ghiotto per il quasi monopolio del mercato dei microprocessori, anche se le grandi imprese del settore hanno molto delocalizzato nel Sud Est asiatico, negli Usa e pure in misura minore, in Italia. La forza dell'isola è la produzione del 70% dei semiconduttori nel mondo per i microchip di cellulari, computer, ma pure per i sistemi di guida dei missili. I più sofisticati arrivano al 95% globale e quelli collegati all'intelligenza artificiale al 100%.
Un motivo per Washington di continuare a difendere Taiwan pure non avendone mai riconosciuto formalmente l'indipendenza. Trump ha dato il via libera a dicembre a una mega fornitura militare di 11 miliardi, la più consistente di sempre. E tiene pronto un altro pacchetto di 14 miliardi, che potrebbe diventare merce di scambio nell'incontro con Xi.
I cinesi sono affamati di semiconduttori avanzati, soprattutto quelli collegati all'intelligenza artificiale e vorrebbero allentare le restrizioni americane alle importazioni, che proibiscono l'utilizzo in campo militare. Non è un caso che nella corte di super imprenditori Trump abbia portato in Cina, Jensen Huang, il capo di Nvidia, colosso dell'intelligenza artificiale e chip. Pechino punta anche al prolungamento della tregua commerciale sui dazi raggiunta lo scorso ottobre. In cambio Trump ha bisogno di sventolare qualche affare ad effetto, magari commesse per la Boeing o l'aumento di acquisti di derrate americane. Sul tavolo ci saranno pure le terre rare, "arma" di ricatto cinese, ma molto ruoterà attorno a qualche concessione Usa su Taiwan. John Bolton consigliere per la sicurezza nazionale del primo mandato di The Donald, oggi suo acerrimo critico, sostiene che il presidente vorrebbe "fare il più grande accordo commerciale della storia con la Cina anche vendendo Taiwan". Più realisticamente Xi punta a strappare una dichiarazione che gli Usa "si oppongono all'indipendenza di Taipei", una campana a morto per l'isola libera.