Lo chiamavano "il processo del secolo". Ora, però, il processo vaticano al cardinale Angelo Becciu per la gestione dei fondi della Segreteria di Stato potrebbe sciogliersi come neve al sole. L'ultimo colpo di scena dai "sacri" tribunali è arrivato ieri con la notizia, rivelata da Il Giornale, della memoria con cui i legali di Becciu e degli altri imputati Enrico Crasso e Raffaele Mincione hanno chiesto "la nullità della citazione a giudizio". Gli avvocati Gian Domenico Caiazza, Maria Concetta Marzo, Luigi Panella, Fabio Viglione, Andrea Zappalà hanno contestato la mancata esecuzione da parte del promotore di giustizia vaticano dell'ordinanza della Corte d'appello che gli imponeva entro il 30 aprile il deposito della versione integrale di tutti gli atti e documenti della fase istruttoria. L'ufficio della magistratura vaticana ha rispettato la scadenza, ma ha consegnato materiale ancora coperto da omissis sostenendo di voler tutelare "fatti e situazioni suscettibili, ove divulgati, di esporre a grave pericolo il bene e l'interesse dello Stato".
Eppure la Corte, dichiarando nell'ordinanza la nullità relativa delle condanne in primo grado, aveva accolto l'appello dei legali di Becciu e degli altri che lamentava la violazione del loro diritto di difesa con la "mancata conoscenza" di tutti gli atti e i documenti. A marzo i giudizi avevano disposto la rinnovazione del dibattimento, ma ora la memoria depositata ieri contesta l'impossibilità a procedere in questa direzione per via della "mancata ottemperanza da parte del promotore all'ordinanza della Corte". Puntando l'indice contro l'operato dell'accusa, la difesa di Becciu, Crasso e Mincione ha parlato di "grave situazione, senza precedenti".
Se la decisione di far rifare il processo era stata salutata come una vittoria dal cardinale e dagli altri imputati, un eventuale accoglimento delle nuove ragioni della difesa da parte della Corte sarebbe una vera e propria debacle per l'ufficio del promotore di giustizia.

