L'Italia supera (per ora) la prova dei tracciamenti, cioè la ricerca dei possibili contagiati, una corsa contro il tempo fondamentale nella fase iniziale di un'allerta virus. Il «per ora» è d'obbligo. Ma va detto che la potenziale vigilia del primo focolaio di Hantavirus ha trovato tutti ai posti di comando, pronti a intervenire: ministero, Asl regionali, ospedali.
La circolare ministeriale dell'11 maggio ha suddiviso la classificazione dei «contatti» da ricercare in base alla vicinanza con il potenziale soggetto infetto e in base al rischio. E ha subito allertato le compagnie aree perché segnalassero i passeggeri da controllare.
La grossa difficoltà di questa partita è la componente internazionale: 23 i paesi con almeno un soggetto sospetto, diverse le regole di contenimento, diverse le misure di allerta. Ma non mancano i «vantaggi» rispetto al Covid: i contatti e gli amici dei contagiati in quel maledetto febbraio 2020 erano troppi, infiniti, impossibili da avvisare a breve giro: la macchina del tracciamento si è mossa a «recinto aperto e buoi scappati». Ora ogni elemento da contattare ha un nome e un cognome, un numero di telefono e un indirizzo. È bastato guardare i database delle compagnie aeree per risalire ai soggetti «da monitorare» in ordine alfabetico e seguire il loro percorso, di scalo in scalo: così è stato agganciato il turista britannico: era a bordo del volo su cui c'era la turista infetta poi deceduta, è arrivato in Italia facendo scalo ad Amsterdam e ha trascorso 16 giorni in giro per vacanza. Poi è stato rintracciato a Milano e messo in isolamento al Sacco. Ecco, se fosse risultato positivo, avrebbe avuto modo di diffondere abbondantemente il virus. Idem la turista argentina, isolata a Messina.
Altro elemento che gioca a nostro favore: l'Hantavirus, non avendo circolato tra molte persone, non ha subìto mutazioni. «Il virus Andes è l'unico della famiglia degli hantavirus trasmissibile da persona a persona ma al momento non ci sono motivi per pensare che abbia subito una mutazione che lo abbia reso più trasmissibile. Ciò che stiamo osservando, sia dal punto di vista epidemiologico che microbiologico, suggerisce che il virus si stia comportando come di consueto» afferma il microbiologo Andreas Hoefer nel corso di un briefing online organizzato dall'Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie.
«È lo stesso virus dell'epidemia del 2018 in Argentina - fa notare l'epidemiologo del Campus Bio-Medico Massimo Ciccozzi - e di quelle verificatesi negli ultimi 8 anni: non ha fatto mutazioni importanti. E il passaggio all'uomo non è frutto di mutazione. È un virus abbastanza stabile, con una letalità alta ma che diffonde poco».
Per dire che siamo del tutto fuori pericolo però è presto: bisognerà aspettare la metà di giugno, tecnicamente 45 giorni dall'ultimo caso diagnosticato, cioè la donna morta a Johannesburg. Vanno inoltre nuovamente effettuati test sui soggetti in isolamento. Il tempo di incubazione dell'Andes è lungo, può variare fra i quattro e i 40 giorni (contro i tre-sei del Covid). Questo aumenta la «zona cieca» del contagio e prolungherà il conto alla rovescia. Ci vorrà pazienza insomma prima di dichiarare conclusi il focolaio attuale e la crisi che lo accompagna. Ma questo stesso intervallo lungo concede alle autorità sanitarie più tempo per il tracciamento dei contatti, per mettere in quarantena chi è stato esposto, per agire prima che i casi si manifestino. Inoltre, le indicazioni attuali suggeriscono che nella fase asintomatica si è poco o per nulla contagiosi. Possiamo quindi pensare di non aver lasciato vantaggio al virus. Con il Covid eravamo nei guai prima di capire contro cosa stessimo combattendo.

