C'è sempre una figura che conosce davvero l'anima di una scuola. Non il preside, non il professore di matematica, nemmeno lo studente modello. È quello che gira nei corridoi quando le lezioni sono finite, che controlla le luci lasciate accese e sente per primo le lamentele delle famiglie. Nella fantasia di Harry Potter era Argus Gazza, il custode arcigno di Hogwarts; nel cinema americano era Will Hunting/Matt Damon con il mocio in mano nei corridoi del Mit. In Italia, più semplicemente, è il collaboratore scolastico, il vecchio bidello delle scuole di provincia, memoria vivente di generazioni intere.
Attorno a queste figure apparentemente marginali si è consumata ieri una nuova battaglia tra Bruxelles e l'Italia. La Corte di Giustizia dell'Unione europea ha infatti bocciato il sistema italiano di reclutamento del personale Ata, sostenendo che il ricorso ai contratti a tempo determinato sarebbe eccessivo e non sufficientemente limitato. Una sentenza che però apre un paradosso molto europeo. Perché da anni Bruxelles chiede all'Italia rigore sui conti, tagli, spending review e contenimento della spesa corrente. Poi però, quando la pubblica amministrazione utilizza forme di lavoro flessibile per gestire esigenze variabili, arriva la bacchettata: servono più assunzioni stabili.
Eppure la scuola italiana è già una gigantesca macchina pubblica da quasi 58 miliardi di euro l'anno con 1,2 milioni di lavoratori. Solo il personale costa oltre 48 miliardi. E nel comparto Ata circa l'80% dei 250mila dipendenti è già assunto a tempo indeterminato. I contratti a scadenza vengono utilizzati soprattutto per sostituzioni, esigenze organizzative o variazioni dell'organico.
La Corte Ue, però, sostiene che il sistema italiano favorisca troppo il ricorso ai contratti temporanei. Nel mirino finiscono anche i concorsi riservati a chi ha maturato almeno due anni di servizio, perché secondo i giudici questo meccanismo "incoraggia il ricorso a tali contratti durante quel periodo minimo". Tradotto dal burocratese di Lussemburgo: meno flessibilità e più stabilizzazioni.
Il ministero dell'Istruzione guidato da Giuseppe Valditara ha replicato ricordando che le norme contestate risalgono addirittura agli anni Novanta. Il Mim sottolinea inoltre che il problema si è aggravato anche per colpa dei vecchi vincoli sul turnover introdotti molto prima dell'attuale governo. E soprattutto fa sapere di aver già aperto un tavolo tecnico per rivedere il sistema di reclutamento del personale Ata, anche in vista del prossimo decreto salva-infrazioni. Insomma, l'obiettivo del governo è evitare che la vicenda si trasformi nell'ennesima sanatoria permanente dentro la scuola pubblica.
Pd e Cgil, invece, sono partiti immediatamente all'attacco. Le senatrici dem Cecilia D'Elia e Susanna Camusso parlano di "condanna" dell'Italia e accusano il governo di aver usato la "flessibilità come alibi". La Flc Cgil invoca addirittura un "piano straordinario di stabilizzazione". Ma è la solita impostazione per cui qualsiasi forma di lavoro a termine viene raccontata come uno scandalo sociale, anche dentro un settore che già oggi è composto quasi interamente da dipendenti stabili.
E così, mentre Bruxelles continua a chiedere all'Italia di ridurre la spesa, la soluzione proposta sembra sempre la stessa: altri posti fissi. Un po' come nei vecchi corridoi scolastici italiani, dove tutto cambia, passano governi, ministri e studenti, ma alla fine la burocrazia resta sempre lì, immobile come Gazza davanti alle scale di Hogwarts.

